Bite dentale per rilassare la muscolatura: funziona davvero?

Un bite può rilassare i muscoli della bocca e del collo, ma solo se è costruito su una diagnosi. Cosa fa davvero ai masseteri, e perché uno sbagliato contrae invece di rilassare.

“Le prescrivo un bite, così i muscoli si rilassano.” È una frase che quasi tutti si sono sentiti dire. A volte funziona, a volte non cambia niente, e in certi casi la tensione peggiora. La differenza non sta nella fortuna: sta nel fatto che un dispositivo occlusale rilassa i muscoli solo se è stato costruito su una misura, e non su un’impressione.

Bite per rilassare la muscolatura: come funziona davvero

I muscoli della masticazione lavorano bene quando trovano un appoggio stabile su cui fermarsi. Quando quell’appoggio non c’è più, o non è simmetrico, i muscoli restano in una ricerca continua: la mandibola non ha un punto d’arrivo e loro non hanno mai il permesso di spegnersi.

Un dispositivo occlusale ben fatto restituisce quel punto d’arrivo. Offre una superficie su cui la mandibola può chiudersi in modo bilanciato, con contatti simultanei da entrambi i lati, e permette ai muscoli di lavorare in una posizione in cui la stessa forza costa meno fatica. Il rilassamento non è un effetto collaterale piacevole: è la conseguenza diretta di aver rimesso il sistema in una posizione ergonomica.

Cosa fa davvero un dispositivo occlusale ai masseteri

Per capire perché la questione va oltre la bocca, serve sapere una cosa che di solito non viene raccontata: i denti non servono quasi per niente a masticare.

Se sommi tutti i minuti in cui i denti superiori e inferiori si toccano davvero per sminuzzare il cibo durante l’intera giornata, arrivi a malapena a 15-20 minuti. La natura non avrebbe costruito muscoli così potenti per usarli un quarto d’ora. I denti servono anche e soprattutto a inghiottire, fino a 2.000 volte al giorno, a darti stabilità quando fai forza, e a scaricare la tensione nervosa.

I masseteri, i grossi muscoli delle guance, sono collegati al cervello attraverso il nervo trigemino, che arriva dritto ai centri di comando. Ogni volta che si contraggono contro un appoggio stabile mandano un segnale che regola l’attenzione, lo stato di allerta e la risposta allo stress. Quando quell’appoggio manca, il segnale si disturba: i muscoli restano accesi e il sistema nervoso non riceve più il messaggio di calma che dovrebbe arrivargli migliaia di volte al giorno.

È il motivo per cui la tensione mascellare non resta mai confinata alla mascella, e si porta dietro il collo e le spalle.

Quando serve lo scudo protettivo e quando il ricostruttore

Non esiste “il bite”. Esistono due famiglie di dispositivi che fanno lavori diversi, e confonderle è la prima causa di insuccesso.

Lo scudo protettivo va sull’arcata superiore. Serve quando il problema principale è il digrignamento o il serramento, e la bocca ha ancora la sua altezza. È rigido e perfettamente liscio, lascia scivolare la mandibola senza incastrarla, protegge lo smalto e l’articolazione. Ne parliamo in dettaglio nella pagina sulla placca di Michigan.

Il ricostruttore, o overlay, va sull’arcata inferiore. Serve quando la bocca ha perso altezza per usura o per denti mancanti, e i muscoli sono collassati in una posizione troppo chiusa. Non protegge soltanto: rialza la masticazione e rimette i muscoli nella loro posizione di massima forza e minor fatica. È il caso descritto nella pagina sui denti consumati.

Dare uno scudo a chi avrebbe bisogno di un ricostruttore significa proteggere una bocca che nel frattempo continua a lavorare fuori posizione. I muscoli non si rilassano, e il paziente conclude che il bite non funziona.

Perché un bite sbagliato può contrarre invece di rilassare

Ci sono tre modi in cui un dispositivo ottiene l’effetto opposto a quello per cui è stato costruito.

  • Il materiale morbido. Quando i denti affondano in una resina elastica, i recettori intorno alle radici segnalano al cervello che c’è qualcosa di masticabile, e il cervello attiva i muscoli per masticarlo. È lo stesso riflesso del chewing-gum, e agisce soprattutto di notte. Ne abbiamo scritto nella pagina sui bite da farmacia.
  • I contatti sbagliati. Se il dispositivo tocca sui denti davanti, o appoggia più da un lato che dall’altro, la stabilizzazione posteriore salta. I muscoli temporali vanno in spasmo e sull’articolazione si crea una leva dannosa.
  • Il rimbalzo iniziale. Esiste una categoria di pazienti in cui l’inserimento di un dispositivo, anche costruito bene, provoca nei primi giorni un aumento della tensione invece di una riduzione. È un fenomeno noto e prevedibile, e proprio per questo va intercettato prima, non scoperto dopo.

Come verifichiamo che stia funzionando

Il modo per evitare tutto questo è smettere di affidarsi alla sensazione riferita e misurare cosa succede davvero.

Con l’elettromiografia di superficie registriamo l’attività dei masseteri, dei temporali, dei muscoli sotto al mento e, quando serve, di quelli laterali del collo. Vediamo quanto lavorano a riposo, quanto reggono sotto sforzo e quanto in fretta si affaticano. Il metodo che usiamo non guarda solo l’intensità del segnale ma anche la sua frequenza, il che permette di capire se un muscolo sta lavorando con efficienza o se sta bruciando energia inutilmente: è l’analisi spettrale sviluppata dal Dr. Dus con il Dr. Robert Grove dal 1993.

Nei pazienti a rischio di rimbalzo, la consegna del dispositivo avviene nella stessa seduta in cui si fa una sessione di biofeedback: il paziente guarda i propri muscoli sullo schermo mentre impara a usare il dispositivo, e l’adattamento viene guidato invece che lasciato al caso. Parallelamente, la pupillometria mostra in tempo reale come sta rispondendo il sistema nervoso, perché un dispositivo bilanciato produce un effetto misurabile anche lì.

Quanto tempo serve per sentire un cambiamento

Un bite è un mezzo, non una cura. Consegnarlo senza accompagnarlo è come dare le chiavi di un’auto a chi non sa guidare: la userà, ma la userà male. Per questo, soprattutto con i dispositivi funzionali ma anche con quelli di protezione, associamo sedute di rieducazione neuromuscolare con biofeedback. Fatto così, il miglioramento si vede nell’arco di una o due settimane. Il programma di biofeedback prevede sei sedute: la seduta vera e propria dura circa quaranta minuti, con il posizionamento dei sensori se ne va un’ora.

Con lo scudo protettivo il percorso è semplice: se ci sono problemi ci chiami, altrimenti ci vediamo tra un mese per il controllo dei contatti. Nella nostra esperienza circa il 90% dei pazienti al controllo dice che si trova bene e si è abituato in pochi giorni; forse un 10% fa un po’ di fatica a portarlo. Succede perché il dispositivo viene costruito dopo una diagnostica e dentro un piano, non messo in bocca a caso. Con il ricostruttore, sull’arcata inferiore, il ritmo è diverso: vediamo il paziente ogni settimana per almeno due o tre settimane, spesso insieme al biofeedback, perché i cambiamenti della muscolatura modificano i contatti e vanno riequilibrati. Una volta che il quadro si è stabilizzato, bastano controlli periodici.

Se hai già un bite che non ti ha rilassato niente, o se stai per farne uno, prenota una prima visita: vediamo insieme cosa fanno i tuoi muscoli prima di decidere cosa costruire.

Domande frequenti

Dopo quanto tempo si sente il bite?

Se il dispositivo è accompagnato dalla rieducazione neuromuscolare, il miglioramento si vede in una o due settimane. Con il solo scudo protettivo, la maggior parte dei pazienti si abitua in pochi giorni e al controllo del mese sta bene.

Quante sedute di biofeedback servono?

Il programma è di sei sedute di circa un’ora ciascuna, compreso il posizionamento dei sensori.

Quanto dura la prima visita?

A un paziente disfunzionale nuovo dedichiamo statisticamente almeno un’ora e venti, mai meno di un’ora e un quarto: ascoltiamo la sua storia, l’esame obiettivo completo con l’articolazione, eseguiamo un primo esame elettromiografico di base e il tempo per spiegare cosa abbiamo trovato. Se hai già radiografie o esami, portali: un fatto pesa più di un racconto.

Il Dr. Ivan Dus della Holistic Dental Clinic di Prata di Pordenone
Ivan Dus

Il Dr. Ivan Dus (MD, PhD, DDS) è medico chirurgo, odontoiatra e specialista in gnatologia. Da oltre 40 anni si occupa di disfunzioni dell'articolazione temporo-mandibolare, bruxismo, cefalee e dolore cranio-cervico-facciale cronico. Fondatore della Holistic Dental Clinic di Prata di Pordenone, è stato tra i primi al mondo a introdurre la radiologia volumetrica cone beam in odontoiatria (1999).

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