La storia del cone beam: 1999, primi al mondo

La vera storia di come il cone beam è arrivato in odontoiatria, raccontata in prima persona dal Dr. Ivan Dus: il NewTom, gli inventori Tacconi e Mozzo, Loma Linda 2001 e la battaglia regolatoria che aprì le porte ai dentisti.

C’è una storia che quasi nessuno conosce — e proprio perché non la conosce, nessuno la racconta. È la vera storia di come il cone beam è arrivato in odontoiatria, una tecnologia che negli ultimi venticinque anni ha portato una rivoluzione nel nostro mondo. L’ho vissuta in prima persona: questa è la testimonianza che voglio lasciare.

Gli anni ’90: il problema di lavorare “alla cieca”

Vengo dall’ortodonzia, sono abituato a spostare i denti. Ma con le radiografie convenzionali avevo a disposizione una sola dimensione: vedevo i denti, e facevo fatica a vedere la vera struttura dell’osso — il processo alveolare in cui i denti sono contenuti. Mi chiedevo: parliamo tanto di spostare i denti, ma abbiamo a che fare con queste strutture ossee. Se non ho un modo per vederle, sto trattando i pazienti alla cieca.

Il dott. Ivan Dus
Il dott. Ivan Dus: una storia vissuta in prima persona.

L’occasione di intravedere un’altra strada arrivò quando potei valutare alcune scansioni di un Dentascan a livello del massiccio facciale. Nelle proiezioni assiali vedevo finalmente come l’osso corticale abbracciava le radici dei denti, e i rapporti dei denti con il seno mascellare. Da lì nacque un desiderio fortissimo: dovevo avere uno strumento per vedere queste cose.

Perché il Dentascan non bastava

Mi interfacciai con il commerciale di General Electric — che in Italia era rappresentata da Esaote. Un Dentascan era un investimento importante. Ma quando cominciai a capire cosa volesse dire acquisire un volume in alta densità — e soprattutto quale dose di raggi avrei dovuto far sostenere ai pazienti — Meglio di no. Continuiamo come prima.

L’incontro con il NewTom

Fu lo stesso commerciale a darmi la notizia che mi avrebbe cambiato il lavoro: «C’è un’azienda di Verona, la QR, che sta per mettere sul mercato un apparecchio fatto apposta per il mondo odontoiatrico. La tecnologia si chiama cone beam, il dispositivo si chiama NewTom, e noi di Esaote ne avremo la commercializzazione.»

Ivan Dus con il NewTom 9000
Il dott. Ivan Dus con il NewTom 9000, il primo cone beam per l’odontoiatria.

Volli vederlo. Arrivò una demo, rimase una decina di giorni con un computer desktop. Le scansioni, a livello qualitativo, non erano paragonabili a quelle di oggi — ma per me si aprì il mondo, soprattutto quando mi dissero che potevo acquisire quel volume con una quantità di raggi davvero irrisoria. Quell’apparecchio, allora, utilizzava come ricevitore un intensificatore di brillanza.

Mi innamorai. Costava circa 240 milioni di lire. Non m’importava nulla: la volevo. Firmai il contratto, lasciai un assegno di caparra, e cominciò l’attesa più lunga della mia vita — i mesi perché la macchina fosse completata e consegnata.

Gli inventori: Tacconi e Mozzo

La notizia arrivò subito all’orecchio dell’inventore del cone beam: il dottor Attilio Tacconi, fisico nucleare, che insieme al dottor Piero Mozzo, anche lui fisico nucleare, sono i padri di questa tecnologia. Ci contattammo. Quando finalmente me la consegnarono — era un fine settimana — avevo già scoperto da solo tutta la macchina: il tecnico mandato il lunedì per istruirmi, Giordano Ronca, cui abbiamo subito legato una amicizia, si fece un caffè con me, parlammo un po’, e ci salutammo.

Attilio Tacconi con il NewTom 9000
Il dott. Attilio Tacconi
Ivan Dus e Attilio Tacconi
Attilio Tacconi e Joseph Caruso con il NewTom 9000

Era il 1999: con quell’installazione nel mio studio, in Italia, fui tra i primi al mondo a usare un cone beam nella pratica clinica quotidiana. Il primato universitario sarebbe arrivato due anni dopo, dall’altra parte dell’oceano.

Loma Linda, 7 maggio 2001: la prima università al mondo

In quegli anni ero professore alla Loma Linda University, in California — avevo iniziato nel 1997 — e facevo il pendolare: tre settimane negli Stati Uniti, quattro nel mio studio in Italia, ogni mese in aereo avanti e indietro. Caricavo i dati delle scansioni cone beam sul portatile e li mostravo in università, suscitando l’interesse di tutti.

Ivan Dus e Giordano Ronca alla Loma Linda University
Ivan Dus e Giordano Ronca alla Loma Linda University.

Fu il dottor Tacconi a propormi di portare il dispositivo negli Stati Uniti. Mettemmo in piedi un team — io, Tacconi e i suoi collaboratori, il dottor Daniele Godi, Giordano Ronca e altri tecnici — e, ottenuta da poco la certificazione FDA, il 7 maggio 2001 inaugurammo il primo NewTom a Loma Linda, con tanto di taglio del nastro: l’università diventava la prima al mondo, in una facoltà di odontoiatria, ad avere un cone beam. Quando i fisici della radiation safety vennero a verificarla, rimasero sorpresi: la radiazione diffusa, già a distanza minima, era così bassa che quasi non credevano che l’apparecchio fosse acceso.

Cone beam o TAC? La battaglia regolatoria

Per portarlo negli Stati Uniti serviva la certificazione FDA, il 510(k). C’erano due strade: un lungo percorso sperimentale, che avrebbe richiesto anni, oppure una valutazione di equivalenza — dimostrare che il dispositivo era paragonabile a un’altra macchina già approvata, e non peggiore. Il punto delicato era un altro: se avessimo dimostrato l’equivalenza a una TAC, la normativa americana avrebbe imposto un tecnico radiologo certificato per usarla, e nessun dentista avrebbe potuto utilizzarla.

Così scegliemmo di dimostrare che il cone beam assomigliava più a un ortopantomografo con capacità di ricostruzione volumetrica che a una TAC. Per l’equivalenza ci appoggiammo a un dispositivo General Electric, l’Advantx LX, un arco a C per angiografia che, ruotando, acquisiva immagini poi ricostruite in un volume. Ci lavorammo per tutto il 2000 e, a marzo 2001, dopo oltre un anno, l’FDA ci concesse il 510(k) per uso odontoiatrico. Dall’autorizzazione all’importazione e all’inaugurazione di maggio il passo fu breve.

Ma una volta installata la macchina a Loma Linda, dopo qualche settimana un comitato di radiologi dell’università disse: no, non potete usarla, serve un tecnico radiologo certificato a comandarla. Si tornava al punto di partenza — nessun dentista, in America, avrebbe potuto usarla.

Sacramento: la sentenza che aprì le porte ai dentisti

Il mio amico, il dottor Joseph M Caruso, chairman del dipartimento di ortognatodonzia e ortopedia cranio facciale, aveva un conoscente parlamentare nel governo della California, che gli diede le linee guida per poter “ribaltare” la situaziione. Bisognava produrre un documento da cui risultasse, nero su bianco, che il cone beam è simile a un ortopantomografo e non a una TAC. Misi a confronto, con tutti i parametri e le metodologie, tre macchine: un ortopantomografo, il nostro NewTom e una TAC multistrato Toshiba a 16 slice (Aquilion). Ne emergeva chiaramente che il cone beam era un ortopantomografo con capacità di ricostruzione tomografica — c’era tanta matematica dietro, ma era un problema già risolto da Tacconi e Mozzo.

Ivan Dus con Joseph M. Caruso
Joseph M. Caruso e Ivan Dus
Ivan Dus e Joseph Caruso alla Loma Linda University
Con Joseph M. Caruso alla Loma Linda University.

Portai quel documento davanti alla commissione del Parlamento della California, a Sacramento. Ci diedero ragione: il cone beam è molto più vicino a un ortopantomografo con ricostruzione volumetrica che a una TAC. Da quel giorno tutto si risolse: il dispositivo poteva essere venduto agli studi odontoiatrici e usato dai dentisti — persino dall’assistente, in presenza del medico. Tutta la California e gli altri stati americani presero a riferimento quella decisione. Se oggi i dentisti americani possono usare il cone beam, lo si deve a quel lavoro di squadra: Tacconi, Mozzo, Daniele Godi, Giordano Ronca e il sottoscritto. È una storia che non conosce nessuno.

Dall’intensificatore di brillanza al flat panel

I primi cone beam lavoravano con l’intensificatore di brillanza: un dispositivo complesso, che richiedeva algoritmi di correzione sofisticatissimi ed era sensibilissimo ai campi magnetici terrestri — al punto che spostare la macchina anche di 90 gradi obbligava a ritararla. La vera esplosione del cone beam arrivò con i pannelli digitali flat panel: molto più semplici, fecero sì che moltissime aziende cominciassero a produrre questi apparecchi, tutte appoggiandosi a quel precedente legislativo per poterli vendere.

Nel frattempo girai il mondo a insegnare l’uso di questa tecnologia per la QR: Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina, Paesi Arabi — dove fui il primo a portarla e a istruire i colleghi.

Perché in odontoiatria la radiologia è diversa

C’è una cosa che la gente confonde. In medicina la radiologia ha uno scopo prevalentemente diagnostico: il radiologo legge l’esame per individuare una patologia. In odontoiatria lo scopo è diverso: oltre alla diagnosi, l’immagine serve soprattutto a pianificare il trattamento — in implantologia, in chirurgia, in ortodonzia.

Per pianificare devo vedere io, clinico, i dettagli anatomici: i rapporti con il seno mascellare, le corticali, le strutture dentro l’osso. Sono particolari che un radiologo, se non ha una conoscenza specifica in ortodonzia o chirurgia orale, può non cogliere: lui vedrà se c’è una patologia, ma quei dettagli che servono a definire il percorso di cura, no. Per questo il professionista deve poter accedere alla tecnologia e ricostruire le immagini come gli servono, non subirle preconfezionate.

Una storia bella e, in parte, amara

Oggi moltissimi studi hanno il cone beam e lo usano. Ma è successo che l’industria, invece di formare i professionisti all’uso reale e alla conoscenza della tecnologia, ha detto «non preoccuparti»: software che preparano tagli già fatti, scansioni automatizzate e, oggi, l’intelligenza artificiale che fa tutto. Tutto questo va benissimo se hai la conoscenza: allora puoi dire se l’AI ha lavorato bene o male, e ti fa risparmiare tempo. Se non ce l’hai, ti tocca solo fidarti — e non saprai mai.

Ivan Dus e Joseph Caruso con il NewTom 9000
articolo di The Sun del 2001: il primo CBCT in una Università: Loma Linda’s School of Dentistry

Su questo ho un punto di vista preciso: tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 ho passato tre anni a studiare, a Buffalo, quella che allora si chiamava “ingegneria della conoscenza” — l’intelligenza artificiale. Ho vissuto lo sviluppo di questa tecnologia: so di cosa parliamo.

È una storia bellissima e, come tutte le storie, un po’ triste nel momento in cui le cose passano in mano al profitto. Ma avere un cone beam nella propria attività clinica e saperlo davvero usare bene aggiunge valore alla diagnostica e, soprattutto, alla pianificazione di trattamenti che non sono mai uguali. Questa è la testimonianza che volevo lasciare.


Approfondisci la pagina Radiologia volumetrica CBCT, all’interno del nostro percorso “diagnosi prima di tutto”.

Il Dr. Ivan Dus della Holistic Dental Clinic di Prata di Pordenone
Ivan Dus

Il Dr. Ivan Dus (MD, PhD, DDS) è medico chirurgo, odontoiatra e specialista in gnatologia. Da oltre 40 anni si occupa di disfunzioni dell'articolazione temporo-mandibolare, bruxismo, cefalee e dolore cranio-cervico-facciale cronico. Fondatore della Holistic Dental Clinic di Prata di Pordenone, è stato tra i primi al mondo a introdurre la radiologia volumetrica cone beam in odontoiatria (1999).

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