Acufene da cervicale e mandibola: perché sono collegati

Acufene e mandibola: una connessione che spesso non viene considerata. E quando «non c’è niente da fare» non è la risposta giusta.

Chi soffre di acufene spesso si sente dire che “non c’è niente da fare”. La realtà è diversa: l’acufene è un sintomo multidisciplinare, e trattarlo richiede un metodo diagnostico a eliminazione progressiva. L’acufene non ha una causa. Ha più cause.

Il primo livello: muscoli e occlusione

Il primo livello di indagine è quello muscolare e occlusale. Se la masticazione produce tensioni anomale sui muscoli della testa e del collo — come accade nella disfunzione dell’ATM — queste possono ripercuotersi sull’apparato uditivo. Intervenire su questa componente, quando presente, può ridurre o eliminare il sintomo. Se non cambia nulla, si è comunque esclusa una causa e si può procedere con l’analisi successiva. In gnatologia questo approccio non è solo clinicamente corretto: è l’unico onesto.

Il secondo livello: quando il segnale si distorce

Il secondo livello riguarda la trasduzione del segnale. All’interno della coclea ci sono cellule ciliate che vibrano ognuna a una frequenza specifica, coprendo lo spettro fino a 20.000 Hz. Quando queste cellule muoiono — per cause degenerative, acustiche o legate all’età — il nervo a cui erano collegate non rimane semplicemente silente. Si “riconnette” a un’altra cellula, con una frequenza diversa. Il risultato non è silenzio: è rumore di fondo, frequenze fuori fase, difficoltà a distinguere le parole anche quando il volume è sufficiente.

Questo spiega perché molte persone con acufene non dicono “non sento” ma “non capisco”: sentono, ma il segnale è distorto. La frammentazione spettrale — cioè la capacità di distinguere i fonemi — è compromessa, non il volume. È lo stesso meccanismo che rende l’ipoacusia qualcosa di più complesso del semplice “sentire meno”.

Il fattore tempo è determinante

Quanto più a lungo l’acufene è presente, tanto più le connessioni neurali anomale si consolidano e diventano difficili da rieducare. Intervenire precocemente non è un consiglio generico: è la differenza tra un problema reversibile e uno cronico.

Una frontiera terapeutica: la calibrazione di fase

Alcuni specialisti del suono stanno sperimentando protocolli che fanno ascoltare al paziente sequenze di frequenze calibrate attraverso le cuffie. L’obiettivo è riprogrammare gradualmente le connessioni neurali alterate, riportando il sistema uditivo verso una risposta più coerente. Siamo in un campo in evoluzione, ma i presupposti neuroscientifici sono solidi e i risultati su alcuni profili di paziente sono incoraggianti.

Non è una cura universale. È una delle possibili risposte a un problema che ne richiede più di una, valutate nell’ordine giusto e dalla persona giusta.

Il punto di partenza, come sempre, è escludere le cause nell’ordine corretto: il primo livello — quello muscolare e occlusale — si valuta con la visita gnatologica.


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Il Dr. Ivan Dus della Holistic Dental Clinic di Prata di Pordenone
Ivan Dus

Il Dr. Ivan Dus (MD, PhD, DDS) è medico chirurgo, odontoiatra e specialista in gnatologia. Da oltre 40 anni si occupa di disfunzioni dell'articolazione temporo-mandibolare, bruxismo, cefalee e dolore cranio-cervico-facciale cronico. Fondatore della Holistic Dental Clinic di Prata di Pordenone, è stato tra i primi al mondo a introdurre la radiologia volumetrica cone beam in odontoiatria (1999).

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